Le CER sono a impatto per natura (di default), o l’intenzionalità fa la differenza?

di Paola Bellotti, Direzione Sostenibilità e Sviluppo – Coopfond e Giorgio Nanni, Responsabile Energia e Ambiente – Legacoop

Le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) nascono nel contesto di una grande frattura strutturale dell’Unione europea: da un lato un mercato ampiamente integrato, dall’altro una capacità politica e democratica che resta frammentata entro i confini nazionali. Questa asimmetria produce un effetto preciso: allontana i cittadini dai processi decisionali, alimenta sfiducia e rende sempre più difficile orientare lo sviluppo economico verso obiettivi condivisi come coesione sociale, sostenibilità e interesse generale.

Tra mercato integrato e politica frammentata: un ruolo per le CER

È proprio in questo scarto tra mercato integrato e politica frammentata che emerge un nodo cruciale per chi sta progettando e realizzando CER in tutta Europa: se la politica fatica a “governare” gli effetti economici e sociali del mercato, significa che non bastano le intenzioni o le etichette (“comunità”, “rinnovabili”), servono strumenti concreti di verifica. Quando si parla di economia sociale di mercato e delle politiche energetiche a essa collegate –  che dovrebbero essere valutate anche in relazione alla capacità di produrre sviluppo umano, ridurre le disuguaglianze, rafforzare la coesione territoriale — diventa essenziale affiancare agli indicatori quantitativi tradizionali strumenti di misurazione diversi, capaci di far emergere se un’attività, sia essa impresa, cooperativa, organizzazione del terzo settore, abbia davvero generato quel valore economico e sociale che dichiara di perseguire.

Lo spazio necessario della valutazione d’impatto

È esattamente in questo spazio che entra la valutazione d’impatto. Dichiararsi parte dell’”economia sociale” o di una policy virtuosa (si pensi alla RED II) — come impresa sostenibile, cooperativa o organizzazione civica — non garantisce automaticamente un effetto positivo su persone e pianeta. Senza dati affidabili e metodologie di verifica, il rischio è che l’appartenenza formale a questo ecosistema diventi un’etichetta vuota, mentre la sostanza — occupazione di qualità, riduzione delle disuguaglianze, sostenibilità ambientale reale — resti non verificata.

Questo ragionamento si ricongiunge al tema della cittadinanza consapevole: proprio perché oggi la distanza tra cittadini e processi decisionali cresce quando mancano strumenti efficaci di governo e verifica, sono i cittadini stessi — informati e capaci di leggere dati certi anziché narrazioni auto-dichiarate — a dover pretendere, e a poter esercitare, quel controllo che le istituzioni da sole non sempre riescono a garantire.

 

LE CER in forma cooperativa, risposta concreta alle sfide del contesto geo-politico

Questa esigenza di visione e di verifica diventa ancora più urgente se si guarda al contesto energetico attuale. Di fronte alla crescente instabilità geopolitica e alle sue ricadute sui costi dell’energia, è ormai evidente che le misure emergenziali su accise e carburanti non bastano: serve una direzione complessiva, una visione strategica e un piano strutturale di gestione dell’energia nel lungo periodo, fortemente orientato allo sviluppo delle fonti rinnovabili. È in risposta a questo bisogno che le CER in forma cooperativa — un modello che trasforma i cittadini da semplici consumatori a produttori e gestori dell’energia, redistribuendo valore economico a livello locale — possono essere riconosciute, a livello globale, come risposta concreta alle sfide climatiche e sociali. L’approccio partecipativo, democratico, radicato nei territori, fa delle CER partner essenziali per garantire l’accesso universale all’energia pulitaaccelerare la transizione e assicurare che nessuna comunità venga lasciata indietro.

 

Le sfide tecniche delle CER non possono essere ignorate

Questa transizione, però, pone sfide tecniche che non possono essere ignorate. Con la forte crescita delle rinnovabili, la priorità del sistema energetico non è più soltanto installare nuova potenza, ma rendere l’energia flessibile, programmabile e utile alla rete. I sistemi di accumulo elettrochimico (BESS) di media taglia rappresentano oggi la risposta più immediata a questa esigenza, e dovrebbero essere favoriti tramite procedure più rapide e dedicati. Finora, infatti, incentivi e strumenti di policy si sono concentrati soprattutto sugli accumuli di grande scala. Allo stesso modo, per ridurre la dipendenza energetica dell’Italia non basta produrre più energia: è necessario consumarne meno, tramite un forte impulso alle politiche di efficienza.

Ma se anche tutto questo dovesse funzionare — più accumulo, più efficienza, più CER diffuse sul territorio — potremmo davvero parlare di “impatto garantito delle CER in tutta Europa”? Ancora una volta, la risposta è no. Ed è proprio la definizione stessa di CER a chiarire perché: una CER è “un’associazione autonoma di persone unite volontariamente per soddisfare le proprie aspirazioni e i propri bisogni economici, sociali e culturali comuni, attraverso un’impresa posseduta congiuntamente e controllata democraticamente”.

 

La domanda chiave per le CER a impatto

Questa definizione sposta necessariamente la domanda: come è possibile stabilire se le attività di una CER abbiano davvero risposto ai bisogni e dato spazio alle aspirazioni dei propri soci? È questa la domanda che dovrebbe orientare le politiche di valutazione del settore, provando persino a collegare tali valutazioni alla produzione e alla condivisione di energia. Perché se è vero che una rete che gestisce sempre più scambi di energia da fonti rinnovabili rappresenta un guadagno collettivo per i cittadini italiani, resta da chiedersi — come si chiederebbe il pensatore originario del concetto di CER — a discapito o a beneficio di chi questo guadagno si sia realizzato.

È vero che questa transizione del sistema di produzione, distribuzione e consumo elettrico ha beneficiato i soci delle CER, rispondendo ai loro bisogni e soddisfacendo le loro aspirazioni?

Un metodo per rispondere

Per rispondere seriamente a questa domanda, serve un metodo.
Una prima strada è ex-ante: la definizione di un codice di condotta delle CER, sul modello di quanto già realizzato in Francia. Una seconda strada è ex-post: la costruzione di un framework di impatto condiviso, riconosciuto e applicato dall’ente gestore dei servizi energetici italiano – il GSE –  per valutare quanto virtuosa e “compliant” sia stata una CER nel tempo. Alcuni potrebbero obiettare che una CER raggiunge alcuni obiettivi « a impatto » semplicemente perché esiste: produzione di energia da fonte rinnovabile, aggregazione di consumatori e aumento della consapevolezza sui consumi energetici, aumento della percentuale di energia condivisa e quindi scarico della rete di distribuzione. Che altro dovrebbero fare queste mirabolanti comunità? Eppure, è noto che fanno e faranno molto di più. È in questo senso che una misurazione di impatto basata su metodi affidabili e concordati potrebbe permettere alle CER più performanti di ricevere ulteriori premialità, da identificare tra agevolazioni fiscali, accelerazioni o semplificazioni burocratiche, premi economici o altro, da definire in accordo con gli enti pubblici coinvolti.

Ciò che è certo è che oggi in Italia esistono le competenze e i riferimenti accademici e professionali per impostare qualsiasi di queste soluzioni. Ciò che è altrettanto certo, tuttavia, è che nessuna delle istituzioni coinvolte stia ancora sfruttando queste competenze – anche attraverso corpi intermedi come la Social Impact Agenda per l’Italia – per formulare proposte che potrebbero prendere vita in pochi mesi e orientare in maniera rilevante lo sviluppo delle Comunità Energetiche Rinnovabili in Italia.